“Danzare la terra”. Frammenti di Giorgia Salicandro

“Danzare la terra” la tredicesima residenza artistica di Tarantarte
Comunità. Frammenti
di Giorgia Salicandro

Una circonferenza si schiude intorno a un cadere orizzontale di donna, sospesa l’aria, fermi i corpi. Due decine di volti misurano le conseguenze della cacciata che si è appena consumata. Poi due creaturine bianche emergono come da un possibilità dell’essere imbracciando fiori magici, lambiscono i lombi arresi, schioccano l’incantesimo del ritorno alla vita. Intorno, dalla circonferenza ancora immobile torna a smuoversi una materia di gambe e braccia umane, e il movimento trova un nuovo innesco in circoli antiorari come meccanismi di orologio. Torna a battere il tempo, e batte doppio, ogni rintocco è un coro di storie già state, memori o immemori, un tempo tante volte passato e che potrebbe ritornare, o forse tempo mai stato, ma che potrebbe essere. E rimbombano i versi di Rocco Scotellaro nella voce di Antonio Infantino: «Altre ali fuggiranno / dalle paglie della cova, / perché lungo il perire dei tempi / l’alba è nuova, è nuova».

Dell’esperienza di “Danzare la terra”, la residenza artistica di Tarantarte nel Capo di Leuca, estremo Sud d’Italia, e della sua serata conclusiva, “(S)radicamento”, ai piedi del santuario di Santa Maura a Corsano, restano echi sparsi, immagini in forma di frammento illuminate da un flash, dall’arbitrio di un ricordo, dal racconto di chi c’è stato o di chi è passato soltanto. Immagini come grani da scorrere da un’origine caso: non un inizio o una fine, piuttosto la linea di un cerchio segna il profilo della storia di questi giorni, entro il quale i si specchiano infiniti fuochi.
Ogni comunità ha la propria memoria condivisa, negoziata, ritoccata negli anni, rinvigorita a seconda delle esigenze dei tempi. Così anche il nostro racconto non comincia dall’inizio, ma dal cuore di un cerchio, nel mezzo della performance finale pensata da Maristella Martella per indagare il groviglio di legami e sentimenti che dà forma a una comunità. Dalla rupe su cui il paese avanza ordinando un esilio, per poi tornare a rigenerarsi in una nuova alba.
Oppure dalla notte illuminata delle carovane tuareg che s’incontrano nel deserto, in uno spazio circolare coperto da un telo blu. Un mondo condiviso con il gruppo dalla coreografa Katina Genero, pioniera della ricerca sulle danze del West Africa in Italia. Un’altra storia e altre coordinate per spargere domande sul senso di comunità, ricucendo terre e paesi gli uni agli altri, dall’Italia all’Africa e di ritorno, attraverso le tarantelle consegnate al gruppo da Laura De RonzoManuela RorroSilvia de RonzoGiulia Piccinni, o ancora con il movimento primigenio della expression primitive di Sara Colonna.
Ognuno dei partecipanti alla residenza ha il proprio racconto e un frame che porterà con sé nel viaggio di ritorno verso la propria città, Roma, Pisa, Padova, Genova, Bologna, Parigi, Londra.
Dopo l’ultima lunga notte di questa esperienza che ha legato il gruppo nel ballo per una settimana fioccheranno i “grazie”, le promesse di rivedersi, la commozione forte dei grandi commiati.
È stata in fondo, questa “comunità” temporanea dalle provenienze e dalle istanze diverse, l’esperimento primo della ricerca di “Danzare la terra”. Non senza fatica, non senza la sbucciatura di un ginocchio o una caviglia poggiata in fallo né qualche momento blu a fare da contraltare alle emozioni luminose di questi giorni. Dopotutto non è una fiaba da palcoscenico questa. È una breve storia di vita vissuta, danzata insieme, persa nei vicoli del piccolo centro di Corsano, rallegrata dalla sfida dei cibi e dei dialetti di questo Sud, specchiata nell’incontro con gli anziani seduti in crocicchi sull’uscio delle case, con i giovani migranti ospiti del paese, con fornai, fruttivendoli e gestori di b&b propensi alla chiacchiera, con i musicisti e i danzatori incantatori di queste notti estive. E ancora tanto altro, a disegnare un grande cerchio di comunità. di Giorgia Sallicandro